A un secolo dalla rivoluzione d’Ottobre, cos’è rimasto delle ideologie?

di Alex Minissale

(Giornalista. Si occupa di politica per Democratica e diverse altre testate).

È passato esattamente un secolo dalla rivoluzione bolscevica: la celebrazione del centenario ha ridestato nostalgie – alcune delle quali mai sopitesi –, polemiche, idealizzazioni e demonizzazioni, richieste ultra-tardive di damnatio memoriae (!) e via dicendo. Cent’anni dopo la rivoluzione d’Ottobre, infatti, tanto del marxismo-leninismo quanto dei suoi omologhi controrivoluzionari (e cioè del fascismo nelle sue diverse declinazioni) non sono rimasti che strascichi emotivi, ed è un bel paradosso, se ci si pensa: mastodontici apparati ideologici che non hanno lasciato ai posteri null’altro che roba abbondantemente extraideologica…
Certo, non che tali elementi (propaganda, iconografia ecc…) fossero completamente estranei alla realizzazione delle ideologie stesse, anzi: erano imprescindibili, la politica, perfino quella pre-moderna, si è sempre sovrapposta alla comunicazione, si è sempre rivolta alle corde emozionali per raccogliere consenso. Però era ragionevole attendersi che la “pars razionale” sopravvivesse all’usura del tempo e quella emozionale no, è andata esattamente al contrario.
Del fascismo non è rimasta che l’estetizzazione della violenza e della sicurezza, del militarismo, dell’ordine semi-totalitario (il totalitarismo è stato teorizzato in Italia ma realizzato compiutamente altrove); del comunismo, per converso, non è rimasta che l’estetizzazione della ribellione, nella sua evoluzione guevarista – Che Guevara è diventato la Cara Delevingne della rivoluzione comunista, meglio se esplicitamente anti-yankee, per l’appunto – più che nella sua manifestazione leninista, così antiquaria e nient’affatto telegenica, roba giurassicamente rurale-proletaria, vuoi mettere l’esotismo del tirannicidio di caudilli latino-americani cooptati dagli States?
Tutto ciò ha avuto luogo nonostante la sussunzione di ambedue i fenomeni storico-ideologici, fascismo e comunismo, dentro l’archetipo totalitario – così come ben argomentato, ad esempio, da Oriana Fallaci e ancor meglio da Hannah Arendt, in un’equivalenza che ha causato problemi relazionali a entrambe – certifichi che l’uno non fosse l’ideologizzazione dell’ordine e della sicurezza e l’altro quella della ribellione.
C’era ribellione nel fascismo movimento (che infatti era controrivoluzionario, non reazionario, sebbene in seguito i reazionari li assorbì: questione di metus hostilis) e c’era, ovviamente, ordine “asettico” e mefitico, totalitario, grigio, ostile a qualunque e fantasia, nel comunismo regime, che soffocava la creatività e i colori – la libertà, in breve – quanto il fascismo. Ma quest’ultimo voleva e vuole caratterizzarsi anzitutto per l’ordine (quando c’era Lui i treni arrivavano in orario, si dormiva con le porte aperte e le unghie si tagliavano da sé), il secondo, lo si ribadisce, per il ribellismo guevarista.
Questo esito, a ben pensarci, è più paradossale per uno dei due fenomeni che per l’altro. Se infatti il fascismo nasce (anche) come ipostatizzazione del romanticismo, e cioè dall’assolutizzazione del “sentimento”, dell’istinto, della volontà, in una parola dall’irrazionalismo e dalla proclamazione dell’inadeguatezza della ragione (le teorie sullo statalismo organico erano decorative…), il marxismo-leninismo fu un’utopia costruttivista: nacque, cioè, dall’individualismo cartesiano (per quanto paradossale possa apparire che una forma di individualismo partorisca la versione più oltranzista del collettivismo…), ed era pertanto una forma radicale di razionalismo. Marx ebbe perfino la presunzione di qualificare come “scientifico” il materialismo che teorizzò quale chiave di lettura dell’evoluzione socio-politica umana… E la storia, cinica più di qualunque altra cosa, ha riservato al comunismo due contrappassi deliziosi: l’ultracommercializzazione dello stesso – si pensi alle magliette ritraenti Che Guevara, sicuramente più vendute di quelle di Cristiano Ronaldo – e la sua trasfigurazione in una religione, “immanentista” e secolare quanto si vuole, ma pur sempre religione (il catto-comunismo, laddove “catto” sta per cattolicesimo reale, non fu la fusione forzata tra due tradizioni irriducibilmente antitetiche, ma una forma fisiologica di sincretismo).
Cos’è rimasto, giusto per concludere in maniera ridondante, un secolo dopo? Merchandising, paccottiglia, gadget che destano le ire di Emanuele Fiano o falci&martelli ad arredare le pareti di nostalgici benestanti sopra schermi ultra-piatti made in Corea del Sud; partiti minoritari che provano a prendersi una rivincita dopo la “grande sbornia centripeta” dal dopoguerra sino alla crisi degli anni ’10 del 2000 – ci si sta radicalizzando un po’ di nuovo, ma è comunque diverso, è tutto liquefatto, per dirla con l’inflazionatissima metafora di Bauman, tutto così irreversibilmente post-moderno, ideologicamente decongestionato –, centri sociali folkloristici, gentaglia da curva che esaurisce il proprio attivismo politico nell’oltraggio della memoria di Anna Frank o nella polverizzazione del parabrezza di qualche utilitaria nei soliti sabba no-global.
Non si tratta, come nella più bistrattata soluzione espressiva di Fukuyama , della “fine della storia”. Semplicemente ha vinto, vivaddio, l’occidente pluralista, “popperiano”, la società aperta, anche se oggi vacilla parecchio. Magari le ricorrenze di questo tipo possono servire a questo, piuttosto che a star lì a idealizzare e demonizzare accucciati in trincee ormai vuote, private, climatizzate e ben arredate: la strada per giungere ai deliri totalitari è sempre lastricata di nobilissime intenzioni, ma per quanto assai meno seducente la democrazia liberale resta il più vivibile dei sistemi.