Gli “effetti collaterali” del coronavirus

Dell’epidemia di COVID-19 che per varie ragioni e alle diverse latitudini sta mettendoci a dura prova parlano tutti.

Dei suoi “effetti collaterali”, invece, in pochi.

Da quel 21 febbraio 2020, data che rimmarrà impressa nella storia del nostro Paese, questo virus sembra quasi averci fatto riscoprire il nostro essere più profondo.

Facendo leva sul suo silenzioso e subdolo potenziale di stravolgimento delle nostre vite, solleticando paure ataviche e istinti primordiali – primo tra tutti quello alla sopravvivenza – ci ha spinti a tornare (materialmente, spiritualmente) a casa.

A risvegliarla, quella nostalgia di casa.

A fermarci un istante a riflettere su quanto tutto ciò che nella vita ci sembra duraturo, stabile, persino meritevole di ogni sacrificio, rinuncia, distanza, perda improvvisamente qualsiasi valore dinanzi alla minaccia che tutto possa cambiare senza nemmeno accorgersene.

A riscoprire l’importanza e il valore degli affetti e della famiglia, spesso declassati a “luogo” in cui trascorrere le vacanze estive e natalizie tra un briefing e un meeting.

A ricordarci il valore dei nostri “anziani” nella nostra vita e nella nostra società.

A ricordarci che ci sentiamo dei ma possiamo essere fragilissimi.

A ricordarci che in un attimo tutto può cambiare.

Insomma, a farci riscoprire un po’ meno egoisti e accecati da ambizione, denaro, fama, prestigio, potere.

Torniamo a casa. Materialmente, se possiamo. Spiritualmente, di certo. Ché ogni istante della nostra vita vissuto lontano da essa è un istante di vita tolta agli anni che il buon Dio ci darà di vivere quaggiù.

Rosario Di Grazia