Il suicidio perfetto: cattolicesimo e diritto naturale al tramonto in Irlanda (e non solo)

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Oggi, sabato 23 maggio 2015, l’Irlanda, tra gli ultimi Paesi occidentali a depenalizzare l’omosessualità, è il primo Paese al mondo ad aver voluto i matrimoni omosessuali per referendum popolare.

Il fu cattolicissimo popolo irlandese ha scelto: d’ora in poi nessuna differenza vi sarà tra la famiglia tradizionale quale «istituzione morale che possiede inalienabili e imprescrittibili diritti antecedenti e superiori ad ogni legge positiva» (art. 41.1.1 Cost. irlandese) e la famiglia omosessuale.

Pur non possedendo competenze, materiali e  strumenti di ricerca adeguati per affrontare con sufficiente attendibilità scientifica le implicazioni filosofico-giuridiche di tale nostro breve commento, desideriamo comunque porre all’attenzione del lettore alcune generiche e compendiate riflessioni sul punto.

Prescindendo dai giudizi di valore che ciascuno possa dare a questa opzione e dall’analisi delle questioni più intimamente legate alla crisi d’identità culturale e religiosa che affligge la quasi totalità dei Paesi Cristiani d’Occidente, intendiamo sottolineare come la decisione popolare di oggi infligga un duro colpo, oltreché al cattolicesimo irlandese, anche ad un altro – laico – pilastro di quella società: il diritto naturale (Sull’argomento si veda, per tutti, N. BOBBIO, Giusnaturalismo e giuspositivismo, in Enciclopedia Treccani, 1994).

Si badi: non intendiamo negare che il riferimento al diritto naturale – il quale, crediamo, permea l’intero impianto costituzionale irlandese – sia parecchio condizionato dalla «natura Cristiana e democratica» di quella costituzione. Tuttavia, fondare l’ordinamento giuridico nel solco di quella tradizione ha significato radicare l’ordine culturale, morale, economico, politico, sociale irlandese sull’id quod semper aequum et bonum est: un diritto, dunque, universale nello spazio e immutabile nel tempo, equo e buono; fondato, anche per i non credenti, sulla natura razionale dell’individuo e che alla ragione dell’uomo si mostra autoevidente, eterno e giusto.

Orbene, è di tutta evidenza che negare – progressivamente ma inesorabilmente – cittadinanza al diritto naturale negli ordinamenti giuridici contemporanei significa abbracciare una visione squisitamente giuspositivistica del fenomeno giuridico e della produzione normativa; più o meno implicitamente consegnando, così, all’ideologia del – fasullo – libero arbitrio assolutizzato il potere di fare implodere l’ordine naturale della societas umana.

Perché, infine, il pericolo di fondo tradito da una tale visione assolutistica del consenso, il fantasma che aleggia sulla testa dell’Occidente Cristiano è l’ideologico asservimento alla voluntas populi, pur quando per il tramite di essa si decide di sovvertire le leggi universali e i principi regolatori dello ius civile.

Tutti noi sappiamo cos’è accaduto quando nella storia si è abbandonato il sicuro approdo del diritto naturale per consegnarsi totalmente nelle mani della legge posta dagli uomini.

E così, espressioni cariche d’amore, passione e desiderio di cura, protezione – da parte dello Stato alla famiglia quale società naturale fondata sul matrimonio (art. 29 della Costituzione italiana) tra uomo e donna – quali quelle dell’art. 41.1.2, 41.2.1, 41.2.2 e 41.3.1 della Costituzione irlandese sono ormai destinate a divenire, nella società contemporanea, materiale di studio per i soli filosofi e storici del diritto.

Rosario Di Grazia

P.s. Riportiamo il testo delle disposizioni costituzionali irlandesi da ultimo richiamate:

Art. 41.1.2: “Lo Stato, di conseguenza, garantisce la protezione della famiglia nella sua costituzione e autorità, come necessaria base dell’ordine sociale e come elemento indispensabile per il benessere della Nazione e dello Stato”.

Art. 41.2.1: “In particolare, lo Stato riconosce che per mezzo della sua vita all’interno della casa, la donna dà allo Stato un supporto senza il quale il bene comune non può essere raggiunto”.

Art. 41.2.2: “Lo Stato deve quindi adoperarsi per garantire che le madri non siano obbligate, per necessità economica, ad impegnarsi nel lavoro a scapito dei loro compiti in casa”.

Art. 41.3.1: “Lo Stato si impegna a custodire con particolare cura l’istituzione del matrimonio, su cui si fonda la famiglia, ed a proteggerlo contro gli attacchi”.