In difesa del pensiero unico…

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Il breve contributo che vogliamo sottoporre all’attenzione dei nostri lettori è occasionato da una garbata polemica recentemente sorta sulla sussistenza e sul rilievo penale della “trattativa Stato-mafia” tra chi scrive ed alcuni suoi cari amici.

Ci sia consentito, perciò, profittare di questa sede per abbozzare brevissime e compendiate riflessioni in replica a quanto affermato dai nostri amici.

Occorre anzitutto premettere che chi scrive ha in più occasioni sollevato dubbi di natura tecnico-giuridica in ordine alla esistenza ed al rilievo penale della trattativa. Non senza sottolineare, poi, l’ostentata sicumera di molti dei quali sostengono, a priori, senza se e senza ma, l’esistenza e la gravità di essa, nonché l’abnorme vulnus alla legalità che essa avrebbe prodotto nella società italiana dell’epoca.

Occorre, ancora, premettere che declinare un confronto tra giuristi e non su un tema così delicato in termini di “scontro” con gli “avversari” poiché tout court contrari alle tesi ex adverso argomentate ci appare, invero,  sintomatico di una – voluta – concezione banalizzante e semplicistica del confronto medesimo, funzionale ad un declassamento del dibattito, che si vuol ridurre ad una sterile polemica tra chi avrebbe deciso di arrendersi alla mafia e chi, invece, sarebbe eroicamente pronto a dare la vita per combatterla. Le cose, naturalmente, non stanno così. La ragione è semplice: quando si maneggia un arnese così complesso, una matassa così intricata, nessuno può dirsi depositario della verità; di una verità che preesisterebbe a qualsivoglia tipo d’indagine e sarebbe, per ciò solo, destinata a perpetuarsi nella storia, prescindendo da qualsiasi dubbio di ordine storico, giuridico potenzialmente in grado di scalfire la pretesa “acclarata” esistenza di essa. Perciò riteniamo abbia poco senso affermare che alcuni abbiano avuto la meglio su altri: qui non si tratta di scontrarci per battere l'”avversario”; si tratta, piuttosto, di confrontarci per distruggere le nostre certezze ed alimentare dubbi, desiderio di conoscenza, capacità d’analisi e approccio critico ai fenomeni studiati. L'”accusa” – di essere depositari della verità – che ci verrebbe rivolta, perciò, la respingiamo con fermezza al mittente: il quale, per vero, nel sentenziare apoditticamente che la trattativa è esistita e che lo Stato si arrese alla mafia pare proprio cadere nel fallo che rimprovera all’interlocutore; noi, invece, non ci siamo fermati a ciò che ci veniva raccontato, andando a studiarci documenti processuali, saggi e libri non per sostituire ad una verità un’altra, quanto piuttosto per interrogarci sul se e sul come quella “verità” potesse reggersi.

Quanto al fatto che possa terrorizzare l’idea che giovani studiosi non si rassegnino ad ingurgitare passivamente presunte “verità rivelate” presentate come dogmi di fede – per cui o vi si crede o non ci si può permettere di metterle in discussione – ma piuttosto alimentino il loro desiderio di conoscenza e analisi critica, abituandosi ad argomentare razionalmente le tesi in dissenso e così arricchendo il dibattito storico-giuridico sul tema, ci parrebbe di gran lunga più terrorizzante che la futura classe dirigente sia, invero, formata da giovani con la presunzione della verità in tasca e, per ciò stesso, “portatori sani” del pensiero unico.

Ci viene rimproverato, poi, di avere sostituito riferimenti filosofico-politico-morali del calibro di Nietzsche, Mao, ecc. col Prof. Fiandaca. Ci pare sufficiente replicare che il desiderio di conoscenza, il dubbio, l’approccio critico alla realtà che ci circonda, i quali ci hanno spinti ad approfondire lo studio della trattativa, sono insegnamenti di Maestri quali Aristotele, Agostino d’Ippona, Cartesio, Hume, Kant, per citarne solo alcuni.

E veniamo a qualcosa di più squisitamente tecnico: ci viene detto che ritenere la trattativa lecita attenti all’integrità dello Stato di diritto; orbene, è proprio dal grado di efficienza dello Stato di diritto che si misura l’efficacia della lotta alla mafia: tanto più è efficiente lo Stato di diritto, quanto più efficacemente può combattersi la mafia. Ma cos’è lo Stato di diritto? Riteniamo opportuno rinviare alla definizione data dall’enciclopedia giuridica Treccani: «Forma di Stato di matrice liberale, in cui viene perseguito il fine di controllare e limitare il potere statuale attraverso la posizione di norme giuridiche generali e astratte. L’esercizio arbitrario del potere viene contrastato con una progressiva regolazione dell’organizzazione e del funzionamento dei pubblici poteri, che ha come scopo sia la “diffusione” sia la “differenziazione” del potere, rispettivamente, attraverso istituti normativi (unicità e individualità del soggetto giuridico; eguaglianza giuridica dei soggetti individuali; certezza del diritto; riconoscimento costituzionale dei diritti soggettivi) e modalità istituzionali (delimitazione dell’ambito di esercizio del potere politico e di applicazione del diritto; separazione tra istituzioni legislative e amministrative; primato del potere legislativo, principio di legalità e riserva di legislazione; subordinazione del potere legislativo al rispetto dei diritti soggettivi costituzionalmente definiti; autonomia del potere giudiziario), comunemente considerati come parti integranti della nozione di Stato di diritto». Da questa definizione, dunque, sembrerebbe ricavarsi, nel caso di specie: a) che per controllare e limitare il potere statuale, la presunta trattativa dovrebbe potersi inquadrare in una fattispecie astrattamente prevista da una norma giuridica; b) che, in ragione della separazione dei poteri di montesquiana memoria, il potere giudiziario non possa sindacare decisioni di natura squisitamente politica, censurabili con gli strumenti democratici. Ecco, ci pare proprio che l’opera del Prof. Fiandaca si muova in questa direzione: in uno Stato di diritto il cittadino, e più ancora lo studioso, ha il dovere di porre l’accento su ogni potenziale disfunzione del sistema, sintomatica di un possibile malfunzionamento del medesimo; sarà poi lo stesso stato di diritto, mercé il sistema dei checks and balances, ad autoassorbire queste potenziali disfunzioni e riassestarsi allo stato di fisiologica funzionalità. Di qui il ruolo degli studiosi in questo complesso assetto di poteri: sollecitare, a seconda dei casi, quei pesi o contrappesi per poterlo ri-condurre a ragionevolezza. Ci pare che questo abbia fatto il Prof. Fiandaca: il suo dovere di studioso.

E per aver provato a fare anche noi il nostro dovere di cittadini siamo stati tacciati di essere «la prova provata di un decadimento intellettuale, morale e culturale». Al lettore la sentenza. A noi pare, invece, che proprio il nostro dovere di cittadini c’imponga di reagire al «disfacimento morale e sociale» nei termini appena rassegnati.

Da ultimo, ma non meno importante, l'”accusa” che più ci addolora e che spiega pure il titolo di questo articolo: «ci adeguiamo al conformismo e all’egoismo, diventando complici dei nostri carnefici»«terrorizzati dal nostro stesso conformismo, siamo incapaci di progettare il nostro futuro»; «non abbiamo valori, siamo nichilisti, e ciò ci provoca disorientamento, incertezza per l’avvenire, depressione. Non abbiamo sogni né speranze, né fiducia in noi stessi». A questi rimproveri abbiamo già risposto nei periodi che precedono quest’ultimo. Un ultimo appunto, però, ci pare utile: facciamo mea culpa per non essere stati ancor più attenti, più curiosi, più critici, più disponibili al confronto e al dialogo; insomma, per tutte le volte in cui non abbiamo fatto e non faremo il nostro dovere per preservare lo Stato di diritto e onorare coloro i quali per esso hanno dato la vita. Non ne siamo ancora degni, perché non facciamo ancora abbastanza. 

Chiudiamo con un grazie ai nostri amici che non la pensano come noi: abbiamo bisogno di loro, del loro acume intellettuale, del loro slancio ideale e della loro passione, perché ci richiamano ad una più scrupolosa analisi delle nostre tesi e ad una più ragionata argomentazione di esse; se il futuro della società dipenderà da loro, noi saremo lieti di sostenerli e arricchire il loro pensiero critico e libero con un po’ del nostro pensiero unico; unico perché capriccioso, disubbidiente, insolente, mai domo.

Un abbraccio al mio Maestro, senza il quale, probabilmente, non avrei avuto questo pensiero – unico.

Rosario Di Grazia