La «generazione y» e la dittatura dello «stato»

Le brevi riflessioni di cui appresso seguono ad uno stimolante e vivace dibattito avuto nei giorni scorsi con degli amici e originato dall’osservazione di usi e costumi social(i) contemporanei, di ormai analogo contenuto pressoché in tutta la società occidentale.

A costo di apparire pedanti, chiariamoci anzitutto sui termini della questione: parliamo di «generazione y» per identificare i nati in occidente tra il 1980 e il 2000 e, dunque, i giovani di età compresa tra i 17 e i 37 anni; quando, invece, facciamo riferimento allo stato, non intendiamo richiamare i molteplici e tradizionali significati che il vocabolo ha assunto nel tempo ma, molto più banalmente, quella diavoleria tecnologica che spinge tantissimi tra noi a partecipare le nostre attività quotidiane (con tanto di ora, luogo e riferimenti vari) ai nostri amici, seguaci o contatti per 24 ore.

Prima di proseguire, una doverosa premessa: mercé questo scritto si vuole analizzare e criticare il metodo, non il merito. Detto altrimenti: è pacifico poiché giusto e sacrosanto che ciascuno di noi si conceda, per quanto può e vuole, tutto il tempo necessario a rilassarsi e staccare la spina, social(izzare) e amoreggiare.

Sgombrato quindi il campo da ipocrite e noiose prediche di tenore moraleggiante, tipiche di un odiatore professionista frustrato e sfigato, passiamo al punto della questione.

Da che mondo e mondo, nella vita ci si è sempre concessi un periodo di divertimento e svago, più o meno morigerato, sregolato. Non deve dunque stupire che il progresso rechi con sé nuove forme e formule di intrattenimento per far fronte a nuove esigenze e tendenze.

A guidare quelle scelte, tuttavia, ci pare sia sempre stata una certa buona dose di «individualismo comunitarista»: ciascuno – anche in ragione dell’appartenenza ad un determinato gruppo politico e/o sociale e/o religioso con il quale condivideva valori, passioni, «battaglie» e pur in potenza condizionato dalle mode del tempo e del luogo – si sceglieva il tipo di divertimento preferito perché di quello aveva bisogno in quel momento; non per forza, quindi, ad esempio, la meta più cara o più gettonata ovvero il luogo più ambìto o più frequentato; quanto, semplicemente, il luogo e il tempo preferito; una semplice passeggiata nel centro del proprio paesino poteva dunque rappresentare il massimo svago desiderabile, perché lì si trovava tutto quel di cui si aveva bisogno.

Oggi, invece, ci pare che a guidare le scelte dei nostri contemporanei non siano più solo e tanto i desideri, le esigenze individuali (o comunitarie ristrette) e – per così dire – le mode autoprodotte, quanto le tendenze eterodirette che si formano altrove e per mano di altri, e sulle quali l’individuo o la piccola comunità detengono ben poco potere di modifica: si va dove vanno tutti; ci si va perché è il più caro; perché è di moda; perché è esclusivo; o, molto più banalmente, perché in paese in quel giorno e a quell’ora non c’è traccia di vita social(e).

E, cosa ancor più inquietante, a guidare questa progressiva alienazione collettiva della propria intimità e libertà sono le reti social(i) e le esigenze e le tendenze che mediante esse sono generate e imposte, in un vortice di autocontrollo collettivo che veicola informazioni – per noi semplice (e sano) desiderio di condivisione ed empatia – preziose e mette i proprietari di quelle reti social(i) nelle condizioni di manipolare gli usi e i costumi di generazioni e comunità social(i): ad essi proprietari stiamo lentamente ma inesorabilmente consegnando lo scettro della nostra vita social(e) e il potere di imporci – pur dolcemente e senza dolore alcuno – luoghi da frequentare, prodotti da acquistare, standard di vita da sostenere, tempi da dedicare allo svago e – da ultimo ma non meno importanti – modelli da promuovere e incentivare e modelli da espellere ed emarginare.

E questa alienazione social(e) è intimamente connessa con quella culturale e politica: milioni di giovani che non hanno più una concezione chiara e netta del loro ruolo nella società, una ideologia cui ispirarsi (e cui conformare anche la concezione di divertimento e svago maggiormente confacente alla identità e alla natura proprie e del gruppo di appartenenza), una visione del mondo (giusta o sbagliata che sia!); che non mostrano più attaccamento, dedizione, passione, senso del dovere verso il prossimo e la collettività, spirito di sacrificio… e così – in beffardo ossequio al principio di eterogenesi dei fini di wundtiana memoria -, credendo di aver conquistato diritti e libertà, emancipazione e autodeterminazione (a scapito della famiglia e della collettività politica e sociale) prima inimmaginabili, finiscono coll’essere piegati a logiche di asservimento e schiavitù, alla mercé dei grandi centri di potere social(e) e dell’ideologia del vuoto che genera e prospera sull’individualismo atomistico.

Rosario Di Grazia