«La giustizia italiana è lenta ma difficilmente commette errori»

La giustizia

Con questa affermazione, rilasciata dal legale della famiglia De Falco, si definisce una vertenza giudiziaria durata ottant’anni.

Era il 30 giungo 1934 quando il Comune di Arienzo (Caserta), in persona del podestà del tempo, citò in giudìzio Tommaso de Falco, rivendicando per diritto feudale l’appartenenza al demanio di dieci ettari di terreno.

Per definire la controversia si è dovuta indagare la natura “allodiale” (piena proprietà) del terreno (istituto di diritto feudale), richiamando il catasto francese del 1801 e risalendo sino al 1536 al fine di accertare “possessi continui e non interrotti” di terreni contesi tra la proprietà pubblica di un uso civico comunale e quella privata; si è reso altresì necessario consultare i provvedimenti legislativi emanati durante la reggenza del Regno di Napoli di Giuseppe Bonaparte.

Per il Comune le terre spettavano alla collettività contadina comunale che sin dall’anno 1536 poteva ricavare i prodotti necessari alla sopravvivenza, come enunciato dalla sentenza del 29 novembre 1809 della Commissione feudale, intervenuta nel giudizio tra il Comune di Arienzo e il Principe di Colubrano.

Dopo una serie infinita di ricorsi, opposizioni, ricerche d’archivio, nomine di esperti, perizie e verifiche tecniche, il commissario per la liquidazione degli usi civici per la Campania ed il Molise ha definito la causa ed ha accolto la tesi del legale della famiglia De Falco, riconoscendo alla medesima la piena proprietà del terreno, al cui accertamento si è pervenuto «dopo faticosa ricerca dal catasto francese del 1801, foglio 496, istituito da Giuseppe Bonaparte».

«Si tratta – sottolinea il legale – di un caso molto interessante che, senza dubbio, denota i meccanismi infernali dell’accertamento della verità processuale dopo due secoli ma è anche uno straordinario esempio di analisi storica. Basta leggere la sentenza per rendersene conto».

Abbiamo ritenuto interessante riportare questa vicenda perché crediamo sia senz’altro foriera di un prezioso monito per il legislatore, la magistratura e tutti gli operatori del diritto: coniugare l’esigenza della garanzia della ragionevole durata del processo (ex art. 111 comma 2° Cost.) con quella della massima aderenza della verità processuale alla realtà storica è, oggi più che mai, ufficio arduo e rischioso; ma per evitare il rischio di lasciar residuare nel corpo sociale un sentimento di denegata giustizia occorre, unitamente ad una ponderata opera di riforma di alcuni istituti processuali, fornire risorse adeguate e garantire una ragionevole intensità di lavoro per tutti gli addetti al settore giustizia.

Rosario Di Grazia