Sicilia, probabilmente

di Giuseppe Consoli

Manca quel vecchio puparo di parole che fu Gesualdo Bufalino a raccontarci la Metafora che è sempre stata la Sicilia. ‘Sicilitudine’ la definì la prosa caustica di Leonardo Sciascia che dal ‘particulare’ siciliano tratteggiò l’epifonema antropologico delle cinque categorie umane: dalla esiguità dell’‘uomo’ alla torva schiera della minchioneria.

E nell’hic et hunc delle votazioni siciliane non sfugge la natura-uomo, anzi da galantuomo, di Musumeci ma è l’indefessa questua di sciacalli, gattopardi e dei tanti malacarne bramanti e disgustosamente salivanti sull’emaciato osso della pubblica amministrazione – già spolpato da anni, o forse secoli, di commissioni e appalti e speculazioni – a preoccupare ed è l’eterno ‘sacco siciliano’ della zona grigia, della mafiapolitica che non spara, ma che firma e spreme secondo ch’avvinghia.

E forse ragione avea quel gibbuto del Divo Giulio, che certo conosceva la Sicilia (Eccome se la conosceva) quando sentenziava “Dio mi guardi dagli amici, che ai nemici ci penso io”. Perché in Sicilia l’amicizia è cosa seria, è il ‘giuoco delle parti’ di Pirandello dove il profumo di zagare dell’onestà si mischia al lezzo maleodorante del compromesso. E Sicilia significa ‘quasità’, rivolo contraddittorio. È la ‘Sicilia senza aranci’ di Giuseppe Antonio Borgese che della Trinacria non poteva non sottolinearne il ‘ne tecum ne sine te vivere possum’.

Ma è pure la Sicilia di quel Verga che nel finale de ‘I Malavoglia’ si identifica con quel mare senza patria. Già, il mare. Non c’è il mare nella scrittura siciliana perché mare significa feto materno ma è pure separazione, affrancamento; e allora ecco il ‘mondo offeso’ di Vittorini e la religione delle madri e il ritorno alle divinità ctonie sconfitte dalla Storia e storia significa Padri, significa Stato, significa gerarchizzazione e autorità e Sicilia è madre e anarchia.

E dalla natività pre-politica, ecco il giovanil errore di Brancati – l’adesione al fascismo e l’espiazione solitaria e dolente a Caltanissetta – e dunque il ritorno a Catania, tra gli ingravida balconi, l’onta dell’impotenza ‘masculina’ e il miasma del piscio pre-bombardamento in quella sciagurata estate del 1943.

È ancora, è sempre la Sicilia di quel Bufalino da cui partimmo e tornammo, e qui dove si sconta il ‘difficile lusso di essere siciliani’.