Di padre in figlio

Premesso: chi scrive non ha votato né per il PD né per il M5S alle ultime elezioni politiche (né alle penultime e così via).

Ciò dovrebbe bastare a placare – se ve ne sono tra i lettori – gli incendiati animi “ultras” delle rispettive agguerrite tifoserie politiche.

Com’è noto, il padre del vicepremier (nonché capo politico del M5S) Luigi Di Maio è da giorni al centro della contesa politico-mediatica per talune (presunte) irregolarità fiscali, contributive e amministrative di gestione dell’impresa edile di famiglia.

Per quanto mi riguarda, una simile vicenda non dovrebbe avere nulla a che vedere con le dinamiche politiche dell’attuale esecutivo e della sua maggioranza parlamentare, a meno che dall’accertamento dei fatti in sede giudiziaria dovesse emergere anche una responsabilità politica del governo per aver usato i poteri ad esso attribuiti al fine di “neutralizzare” il disvalore  giuridico della condotta di soggetti a qualsiasi titolo legati a membri della maggioranza di governo.

Ciò detto, va anche ricordato che Luigi Di Maio è stato vittima di quel tritacarne mediatico da egli stesso alimentato, se è vero che sin dagli albori il M5S ha fatto dell’onestà (intesa quale totale assenza di interessi privati, anche solo apparenti, in conflitto con l’interesse pubblico) una bandiera politica da sventolare da tramontana a maestrale per far cadere gli avversari.

Tuttavia la “vendetta” di Renzi, Boschi & Co. ai danni di Di Maio non mi convince: gli svarioni di un partito che si ritrova vittima dei suoi stessi errori avrebbero dovuto indurre Renzi, Boschi & Co. ad evitare qualsiasi “ritorsione”, cogliendo l’occasione per depurare un dibattito politico oltremodo avvelenato da anni di caccia alle streghe.

Certo, la dottrina dell’onestà può alla lunga diventare un harakiri, un boomerang politico (Fatto Quotidiano permettendo) in grado di ridefinire parte della base elettorale M5S.

Ciò detto, ritengo vi sia qualche analogia tra questa vicenda e quelle che videro coinvolti i padri di Renzi e di Maria Elena Boschi.

Anche in quel caso l’esposizione mediatica e il coinvolgimento politico furono inopportuni, fuori luogo: anzitutto, per via del fatto che le autorità giudiziarie non erano pervenute a conclusioni significative circa la colpevolezza di Tiziano Renzi o di Pierluigi Boschi; poi, perché “le colpe dei padri non possono ricadere sui figli” (il virgolettato è di Luigi Di Maio). Ora come allora, dunque, fin tanto che non emergeranno responsabilità politiche circa la “tutela” di talune posizioni mercé la strumentalizzazione di poteri deputati esclusivamente alla cura di interessi pubblici nessun rimprovero potrà essere mosso ai politici.

Anche se, su quest’ultimo punto, qualche dubbio potrebbe sollevarsi intorno al caso Boschi per via dello scoop di De Bortoli (oggi bersagliato da alcuni 5 stelle privi di memoria a breve termine), smentito – solo a parole – dall’allora Ministro (anche se il buon diritto ci insegna che l’onere di provare un fatto spetta a chi vuole dimostrarlo).
In ogni caso, non per quella ragione si sarebbe dovuta dimettere Maria Elena Boschi, bensì per le sue infauste uscite pre-referendum costituzionale – “Se dovessimo perdere al referendum cesserei di fare attività politica”. E invece si è ricandidata. Harakiri (con buona pace dei Minissale e di tutti i suoi morosi) anche per lei.

Del resto, se al di là delle responsabilità politiche dovessero emergere responsabilità penali a carico dei ministri, di queste si occuperà, previa autorizzazione della camera di appartenenza (nonché di rinvio a giudizio), il c.d. “Tribunale dei Ministri”.

Un garantista